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20/05/2017 06:30:00

Giovanni Falcone, sommerso dalla zona grigia

 Brandelli di un diario scritto soltanto ora. Conobbi Falcone un pomeriggio d’autunno del 1979 in una stanzina che gli faceva da ufficio al pianterreno del Palazzo di Giustizia di Palermo, intimidente e avvelenato da sempre. Sostituto procuratore per 15 anni a Trapani, era arrivato alla fine dell’anno passato: le inchieste di mafia non gli erano mancate nel Trapanese, in quelle terre impestate dalle cosche aveva avuto modo di far pratica.

Ma Palermo era allora la capitale del mondo criminale. Cosa nostra si considerava padrona del mondo e Falcone, in quella stanzina, doveva sentirsi l’ultimo degli ultimi. Era ottobre, ma sembrava ancora estate, da gennaio gli assassinati di mafia in città erano già una cinquantina, ghigliottinati, evirati, incaprettati, abbandonati ai bordi delle strade, lasciati nei bauli delle macchine.

Non erano tutti degli ignoti, la mafia doveva avere dei progetti, mirava alto in quell’alba del crudele decennio che stava per cominciare. In gennaio era stato assassinato un giornalista, Mario Francese, in marzo il segretario provinciale della Democrazia Cristiana, Michele Reina, in luglio il capo della Squadra mobile Boris Giuliano e da poco, il 25 settembre, il magistrato Cesare Terranova, dal limpido passato, designato a dirigere l’Ufficio Istruzione del Tribunale, un ruolo chiave, temuto dalla mafia per la sua intelligenza e conoscenza del fenomeno.

Nessuno, proprio nessuno aveva visto i tre killer a viso scoperto nella strada affollata di prima mattina. Falcone mi osservava curioso, anch’io lo osservavo. Non aveva l’aspetto del giudice autoritario, un compagno di scuola, piuttosto. Sorrideva, il viso velato di ironia. Dovevo tentar di raccogliere notizie per un’inchiesta ed ero venuto a parlare con Falcone conosciuto da pochi, allora, su consiglio di Nicola Cattedra, il direttore dell’«Ora», il quotidiano democratico che rappresentava a Palermo la vera opposizione alla DC di Lima, Gioia, Ciancimino, i padroni, da sempre, nel dopoguerra, dei destini della città purulenta. La finestra era a livello della strada, si vedevano le gambe trotterellanti di chi passava, le biciclette, e a pochi metri anche le ruote delle automobili. Ci voleva poco allora a uccidere Falcone.

Ma il magistrato non era ancora un pericolo per la mafia. Aveva un intuito naturale - lo dimostrerà - e captò subito quel che stavo pensando. Sembrava un uomo chiuso, riservato, ma si fidava d’istinto, mi parve, del giornalista sconosciuto. «Sa - mi disse subito - i più dei magistrati di questo palazzo sostengono che la mafia non esiste, una fantasia». E mi guardò con un sorriso amaro. Volle sapere da dove venivo. Ero un figlio dimezzato del Nord e del Sud e sentivo la mafia con dolore grande, un affronto, un’offesa, un oltraggio alla Sicilia amata. Volle sapere che cosa avevo visto. Conoscevo bene Palermo, anche in quei giorni, ero andato in giro nei quartieri, la Kalsa, l’Albergheria, Ballarò, la Vucciria, il Capo, veniva voglia di piangere in quel mondo incancrenito, tra gli antichi nobili palazzi come smangiati dalla lebbra, la spazzatura che bruciava negli slarghi lasciati dalle bombe del 1943, i bambini che giocavano mimando l’arte degli scippi e degli omicidi, la povertà dei catoi. Sulla chiesa di Santa Maria della Catena qualcuno aveva scritto col carbone “Palermo implora Dio per Palermo”.

«Già - disse Falcone - l’eterna miseria di Palermo». Lui era nato in quei luoghi, in un palazzotto di piazza della Magione, figlio del direttore del Laboratorio provinciale di Igiene e profilassi, una famiglia della media borghesia. Lo sentii imbarazzato dalle mie parole, nascostamente un po’ seccato, lo sarei stato anch’io. «Vede - mi disse - il problema è proprio quello di rendere vivibile la città. Esiste un’opinione diffusa che solo la mafia sia capace di risolvere quei mali. Ma la mafia, occorre metterselo bene in testa, non porta ricchezza alla comunità, porta solo povertà materiale e morale». Seguitò a parlare alzando lievemente la voce, il problema, persino banale, gli stava a cuore: «Se la mafia si riducesse soltanto a una questione criminale, non pensa che in quasi un secolo sarebbe stata eliminata dai poteri repressivi dello Stato? Il guaio è che occorre tener conto non soltanto della politica, ma anche del tessuto sociale sostanzialmente ambiguo di Palermo. Cosa nostra non è un bubbone, è la degenerazione a livello criminale di uno stato d’animo diffuso fra tutti i ceti e tutte le classi della città. Sa che cos’è la zona grigia?».

Lo sapevo da Primo Levi, amico indimenticato. Ne parlava sempre e ne scriverà (nel 1986) nel suo I sommersi e i salvati: è l’ibrido, dai contorni mal definiti, che separa, lega e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Anche per Falcone la definizione poteva adattarsi al costume mafioso. «Vede», mi disse ancora in quella prima conversazione, tra le tante che ebbi con lui, «qui purtroppo bisogna stare attenti persino a chi ci si trova accanto». Un po’ dopo quell’incontro, Falcone ha traslocato. Lavorava sempre a pianterreno, sulla sinistra del Palazzo, ma l’antro buio era ben vigilato da cancelli, sbarre, catenacci, carabinieri. Stava facendosi conoscere e cominciava ad avere dei detrattori, non solo mafiosi, politici, magistrati. «Che cosa vuole?»; «Dove mira?». Avrà sempre davanti a sé un muro di invidia e di gelosie, Falcone. Difficili da immaginare quelle critiche nei confronti di un magistrato che fa, un uomo di intelligenza penetrante. E questo in una città d’Italia e d’Europa che ha portato il peso di una catena di morti. Una città ricca delle magnificenze di antiche culture, dai greci agli arabi ai normanni al barocco color del miele, degradata dalla furia assassina della mafia che in pochi anni, unica nel mondo civile, ha ucciso tutti gli uomini dello Stato.

All’Ufficio Istruzione si stava occupando della fondamentale sentenza nel procedimento penale contro Spatola Rosario di Salvatore e di Gaglio Giovanna e altri 120. Molti di loro risulteranno ai vertici di Cosa nostra. È allora che si forma un pool di magistrati con a capo Antonino Caponnetto e di cui fanno parte, con Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello che l’8 novembre 1985 deposita in Cancelleria l’ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni +706. È il maxiprocesso, la bibbia dell’antimafia. Il contributo di Falcone è stato essenziale, nutrito dalla confessione di Tommaso Buscetta e dalla tecnica da lui inventata di seguire in tutto il mondo il flusso del denaro sospetto.

È Falcone che chiede allora a Tullio De Mauro, a capo degli Editori Riuniti, se può fare in modo di rendere pubblico il documento e fa il mio nome come curatore di un possibile libro. Si tratta di raccogliere l’essenziale delle 8.607 pagine dell’Ordinanza e di scrivere una non breve introduzione. Lavoro per qualche mese. Non è facile. Il processo inizia il 10 febbraio 1986. Sono arrivate minacce di morte anche per me. Mi viene allora ordinato dai magistrati di lasciare Milano e di non andare a Palermo ad assistere al processo togliendomi il piacere di vedere in faccia quegli uomini di cui ho letto e scritto le gesta. Passo così una ventina di giorni sul lago Maggiore e perdo quel grande spettacolo. La nuova aula bunker dell’Ucciardone, dalla moquette verde, circondata tutt’intorno dalle gabbie degli imputati è diventata un circolo di lettura. I mafiosi consultano febbrili il libro bianco che ho curato, Mafia. L’atto d’accusa dei giudici di Palermo. Cercano il loro nome, spettegolano, fanno piccoli dibattiti tra loro.

Il processo termina con un’infinità di condanne che la Corte di Cassazione confermerà il 31 gennaio 1991. Presidente della Corte è Alfonso Giordano, ma a condurre l’arduo processo di primo grado è, in effetti, il giudice a latere, l’attuale presidente del Senato, Pietro Grasso. Il 23 maggio 1992 ero a Torino, al salone del libro, e, ironia della sorte, partecipavo a un dibattito con Tania de Zulueta, giornalista di alto livello - scriveva sul «Sunday Times» - futura parlamentare: il tema era la mafia. Gli altoparlanti danno la notizia che è accaduto un grave incidente a Falcone e alla sua scorta, sulla strada che dall’aeroporto conduce a Palermo. Le notizie sono contraddittorie, vengono minimizzate, smentite, confermate. È vero. Falcone è morto. Lui, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta.

Il «Corriere della Sera» mi chiede di andare subito a Palermo. La chiesa di San Domenico mi è sempre sembrata il palcoscenico macabro della Repubblica. Là dentro avevo assistito a diversi funerali solenni e cupi, quello del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, tra gli altri, quando il cardinale Salvatore Pappalardo pronunziò la famosa frase: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur Ho cancellato la memoria dolorosa di quella mattina. Ricordo soltanto la folla urlante che, quasi correndo, sale sull’altare ad abbracciare le bare, ricordo gli uomini politici che fuggono e la voce incrinata di una giovane donna vestita in bianco e nero, Rosaria, la moglie dell’agente Vito Schifani morto a Capaci. Una piccola Giovanna d’Arco dolce e innocente di furia cristiana. Chiede quella giustizia che, un quarto di secolo.

Corrado Stajano, Il Sole 24 Ore (qui il link all'articolo originale)