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22/05/2017 17:15:00

Forza morale e metodo, così Giovanni Falcone piegò i boss della mafia

 Il 23 maggio del 1992 una spaventosa esplosione sventra l’autostrada A29 nei pressi dello svincolo di Capaci, a pochi chilometri da Palermo, mentre passa il corteo di auto con a bordo Giovanni Falcone. È un attentato mafioso. Una Fiat Croma viene investita dallo scoppio e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di cento metri di distanza. Muoiono sul colpo gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Una seconda vettura, guidata da Falcone, si schianta contro il muro di cemento e detriti innalzatisi per via dello scoppio. Giovanni Falcone e sua moglie, Francesca Morvillo, anch’essa eccellente magistrato, perdono la vita.


Un quarto di secolo. Sono passati venticinque anni dal quel terribile 1992, 23 maggio e 19 luglio: il nostro «11 settembre».

Come definire altrimenti la follia che ha privato la comunità nazionale di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con due micidiali attentati nei quali persero la vita la moglie di Falcone, Francesca Morvillo, anch’essa eccellente magistrato, e otto valorosi agenti delle rispettive scorte? Il tempo, è vero, passa inesorabile, ma non sempre riesce a rimarginare le ferite più dolorose. La morte dei due magistrati siciliani è una di quelle che continuano a sanguinare e che difficilmente potrà guarire. Troppo grande il «danno» inferto al Paese, enorme e presente l’eredità trasmessa da questi due Grandi Italiani. Eredità di valori morali, ma anche lascito di insostituibili strumenti di lotta ad ogni tipo di malaffare e di consorterie mafiose.

Sono morti a distanza di 57 giorni uno dall’altro, dopo una vita trascorsa insieme a dare battaglia ai «cattivi», ma anche all’imperizia, all’indifferenza, alle collusioni di quanti sui «cattivi» fondavano fortune economiche e politiche. Falcone sapeva da tempo che Cosa nostra non avrebbe avuto pace se non fosse riuscita ad eliminarlo. Glielo aveva predetto Tommaso Buscetta nel 1984: «Prima tenteranno di delegittimarla, poi passeranno alla soluzione finale». Non si fermò e quando gli chiesero perché non cedesse ad una ragionevole paura rispose, come un vecchio militare: «Non posso, per spirito di servizio». Borsellino dovette subire il dolore di veder morire i suoi amici, Giovanni e Francesca, ma non si concesse lo stesso la possibilità di aver paura. Andò a morire sapendo perfettamente dove stava andando. Anche a lui chiesero perché non fuggisse via. La risposta fu una lezione di etica: «Non posso. Lo devo a Giovanni e a tutti quelli che hanno creduto in noi». Riconsiderati alla luce del vuoto odierno, i comportamenti dei due sembrano quelli di due marziani capitati nel posto sbagliato.


Ma non è, la loro forza morale, il solo tesoro pervenutoci. Ci hanno lasciato un monumento di inestimabile valore, costruito con il resto del famoso pool antimafia di Palermo, il manipolo di magistrati (sorretto da grandi investigatori, alcuni falciati per impedire che l’opera vedesse la luce) che, in solitudine e nell’indifferenza generale, diedero vita al primo maxi-processo contro Cosa nostra. Una rivoluzione nella controversa storia della lotta alla mafia. Un’arma letale che, alla fine, ha disarticolato quella che fu la più grande organizzazione criminale al mondo.

Fu un lavoro di gruppo, ma che si fondava sulla capacità strategica di Giovanni Falcone. Era lui che guardava lontano, lui capace di trovare rimedi a problemi che sembravano insormontabili. Lui che sapeva dove cercare ciò che mancava: fosse una fotocopiatrice oppure una norma inedita che aprisse nuovi orizzonti alle indagini.

Ma l’eredità più preziosa, oggi patrimonio collettivo della magistratura e delle forze investigative, è senza dubbio il «metodo Falcone». La capacità, cioè, di impostare un processo - anche di dimensioni mastodontiche come il «Maxi» - preservandolo dagli agguati provocati da leggerezza, sciatteria e scarsa attendibilità. Falcone era maniacale nella revisione di ogni singola carta, di ogni atto, e bravissimo nel disinnescare le trappole. Sapeva perfettamente che un processo può esser distrutto anche da un solo errore: un uno per cento può fare premio sul restante novantanove perfetto. Quante volte commentò la terribile iattura delle 150 omonimie riscontrate nel processo Tortora, capaci di togliere, giustamente, credibilità all’intero impianto accusatorio. Ma il maxi-processo di Palermo resistette ad ogni vaglio: una schiera infinita di grandi avvocati, per 5 lunghi anni, cercò senza successo il pur minimo appiglio di nullità. E questo «metodo» viene insegnato oggi nella scuole di formazione per giovani magistrati.
Da 25 anni le indagini sulla mafia e sulle collusioni si servono di strumenti cercati, voluti e realizzati da Falcone. Fu il 1991 la stagione del grande cambiamento, dell’intervento costruttivo dello Stato sul sistema investigativo. Nacque una polizia «specializzata» sulla mafia (la Dia) e centro di raccolta di ogni informazione proveniente dagli uffici territoriali. Una mente unica che coordinava e rimpinguava le singole conoscenze sui gruppi mafiosi. Un sistema che doveva essere esteso anche alla magistratura, per troppo tempo - pensava Falcone - penalizzata dalla parcellizzazione delle notizie di reato. Se il nemico è «un blocco unico», la guerra non può essere portata avanti da un nugolo di singoli che non si scambiano informazioni e mancano di una visione collettiva. Ecco la nascita della Procura nazionale antimafia, fortemente voluta da Falcone ma avversata anche dagli stessi suoi colleghi. La legge fu approvata, in una forma «edulcorata» rispetto a come la pensava Falcone, dopo un dibattito che si inasprì ulteriormente quando si doveva decidere a chi affidarla. Sembrava scontato che dovesse essere Falcone il candidato adatto, ma non fu così. Il magistrato fu ucciso prima che il Csm potesse decidere.

E fu, il ’91, l’anno della legge sui pentiti. Che battaglia, quella. Tommaso Buscetta, il primo grande collaboratore, aveva parlato nel 1984, seguito a ruota da tanti altri. La gestione di questo piccolo esercito di «disertori» fu difficile per l’assenza di norme che ne regolassero il rapporto con lo Stato. Per sette lunghi anni la protezione di quei testimoni fu affidata alla «buona volontà» di singoli uffici giudiziari e investigativi. Per Buscetta Falcone dovette «inventarsi» un accordo con le autorità statunitensi, a cui fu dato «in prestito» il pentito, utile agli americani per l’inchiesta sul traffico della droga (la famosa Pizza Connection), in cambio di un’adeguata protezione.

Anche il pentitismo è oggi entrato stabilmente nel complesso di leggi che regola la lotta alla mafia. Un sistema che viene studiato, e spesso copiato, da Paesi più avanzati del nostro. Eccola l’eredità del giudice: un patrimonio normativo che consente di distinguere un prima e un dopo Falcone. E viene da chiedersi quanta altra strada avrebbe fatto la lotta al crimine, alla corruzione e alle infiltrazioni mafiose se non avessimo avuto il nostro disgraziato «11 settembre».

Francesco La Licata - La Stampa, 21 Maggio 2017