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05/02/2018 18:08:00

Il dialogo interreligioso e i suoi presupposti

Lo scorso 10 gennaio, il linguista Edoardo Lombardi Vallauri ha pubblicato, nell’ambito della sua rubrica Le parole della laicità, un’interessante riflessione sul dialogo interreligioso, rilevando opportunamente i paradossi che tale prassi presenta nella prospettiva cattolica che, pur sostenendo di volerla attuare, si trova nell’impossibilità di farlo a causa della presunzione di verità che soggiace alla struttura dogmatica del suo pensiero.

Mi trovo profondamente in accordo con la tesi del Nostro, nonché con le argomentazione a cui egli è ricorso per suffragarla. Quel che vorrei provare a discutere sono i presupposti che rendono il dialogo tra differenti sensibilità religiose una via, almeno potenzialmente, percorribile. A tale proposito, ritengo che le condizioni necessarie, anche se non sufficienti, siano tre.

La prima l’ha indicata lo stesso Vallauri, là dove, nell’articolo menzionato, egli fa riferimento alla de-dogmatizzazione della fede. In effetti si tratta di una questione ineludibile: sino a quando le religioni intenderanno strutturarsi come sistemi di dottrine, il cui linguaggio è esclusivamente assertivo e per ciò stesso impositivo e a-problematico, nessun dialogo potrà avere inizio.

Le affermazioni dogmatiche non si discutono, si sottoscrivono: presuppongono quel sacrificium intellectus che, sottraendo l’enunciato ad una disamina critica dei suoi contenuti, impedisce qualsivoglia discussione. L’impasse, come credo sia evidente, riguarda segnatamente i monoteismi e, in particolare, le configurazioni che essi hanno assunto nelle rispettive ortodossie: l’insistenza su una verità rivelata in senso compiuto e tradotta in una (presunta e presuntuosa) infallibilità, sia essa quella di un testo sacro o di un magistero, rappresenta la fine di ogni possibile dialogo, prima ancora che esso abbia inizio.

Ecco perché il secondo presupposto dialogico, strettamente correlato al primo, consiste nel fare del pensiero religioso un discorso ermeneutico, ovverosia luogo fecondo dell’incontro tra interpretazioni che si accostano alla verità in modo inevitabilmente prospettico ed asintotico, senza pretendere quell’impossibile sovrapposizione tra la realtà significata ed il linguaggio utilizzato per esprimerla. Un’interpretazione, per essere tale, deve riconoscerne almeno un’altra, altrimenti diventa pretesa di coincidenza con una verità che non viene più rifratta e sprigionata, ma appiattita ed assolutizzata, dunque imbrigliata e congelata. L’ermeneutica è l’unica via che consente alla verità di esprimersi senza esaurirsi, di concepirsi come ricerca costante ed inesauribile, di configurarsi come via anziché come approdo. E, se si pensa al fatto che buona parte delle scritture sacre che stanno a fondamento delle tre grandi tradizioni monoteistiche è formata da testi narrativi, la possibilità di inscrivere il pensiero religioso nel discorso ermeneutico, così simile a noi perché intrinsecamente aperto e inconcluso, sembrano significative.

Ma, devo riconoscerlo, si tratta di un sentiero poco battuto, poiché il timore di chi si rifiuta di percorrerlo risiede in realtà nell’incapacità di rinunciare alla verità intesa come possesso e come imposizione.

L’ultimo presupposto ai fini della costruzione di un dialogo autentico risiede, a mio avviso, nella riconduzione delle diverse tradizioni religiose alle rispettive matrici storico-culturali, ciò che consentirebbe loro di compiere un necessario e quanto mai urgente percorso di de-assolutizzazione dei contenuti di fede e delle soggiacenti strutture di pensiero. Gli assoluti, fortunatamente, sono tramontati: è questa una delle conquiste più significative conseguite mediante il primato che alla ragione hanno conferito l’umanesimo prima e l’illuminismo poi. Si tratta di una conquista che i sistemi religiosi faticano a recepire e a cui, anzi, sembrano opporsi strenuamente, in una battaglia di retroguardia che non giova in alcun modo alla maturazione spirituale (che è sempre, anche, maturazione intellettuale) dell’essere umano. Senza che abbia luogo questo riconoscimento del primato della ragione, che è anche la funzione che presiede al dialogo in tutte le sue espressioni, il conflitto tra le religioni come sistemi dogmatico-assertivi rappresenterà l’approdo funesto ma inevitabile a cui perverranno soggetti che non intendono interloquire e trasformarsi, ma soltanto prevalere ed affermarsi a discapito chi sta loro di fronte, il quale va, con ogni mezzo, convertito ad una verità di cui ciascuno si sente – sbagliandosi – depositario, latore e giudice.

Alessandro Esposito, pastore valdese -