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02/07/2018 06:00:00

Non si possono rimpatriare 500mila persone. Le Ong non sono taxi del mare e...

 Pubblichiamo la seconda parte dell'articolo di Annalisa Camilli per Internazionale. La prima parte la potete leggere cliccando qui.

Tra le prime misure annunciate dal ministro dell’interno e vicepresidente del consiglio Matteo Salvini c’è il rimpatrio di 500mila migranti irregolari. “Per gli immigrati clandestini è finita la pacchia, preparatevi a fare le valigie in maniera educata e serena”, ha detto Salvini durante un comizio, poco dopo aver assunto l’incarico di governo. Molti hanno fatto notare però che sarà molto difficile che il ministro possa tener fede alle sue promesse, perché non ci sono accordi di rimpatrio con i paesi di origine dei migranti e perché i rimpatri forzati sono molto costosi.

Tra il 2013 e il 2017, secondo un recente studio dell’Ispi, l’Italia ha rimpatriato solo il 20 per cento delle persone a cui è stato consegnato un foglio di via. Ma la principale ragione dell’inefficacia dei rimpatri è il numero di nazionalità diverse dei migranti che arrivano in Italia: più di sessanta paesi. L’Italia ha emesso decreti di espulsione in massima misura nei confronti di persone provenienti dal Nordafrica (49 per cento) e dall’Africa subsahariana (18 per cento).

Migranti a Ventimiglia, al confine francese, 8 agosto 2017. - Marco Bertorello, Afp   Migranti a Ventimiglia, al confine francese, 8 agosto 2017. (Marco Bertorello, Afp)

“Roma è riuscita a sottoscrivere solo pochi accordi di riammissione con molti dei paesi africani” e anche quando l’ha fatto “la loro applicazione da parte di governi e autorità locali è discontinua e disomogenea”, afferma il rapporto dell’Ispi. Il giornalista Fabrizio Gatti sull’Espresso, in un articolo del 17 maggio, ha dimostrato che anche la cifra di immigrati irregolari citata dal ministro dell’interno è fortemente sovrastimata.

Non sappiamo esattamente quanti migranti irregolari risiedono al momento sul territorio italiano, ma se si sommano le richieste d’asilo respinte dalle commissioni territoriali dal 2014 a oggi si arriva a una cifra di poco superiore alle centomila persone. Inoltre, Gatti ha calcolato che per eseguire 500mila rimpatri ci vorrebbero “27 anni di voli, senza nemmeno un’ora di sosta, e oltre un miliardo e mezzo di spesa, più il costo per diarie, indennità di missione, vitto e alloggio degli agenti di scorta”.

Le ong sono taxi del mare?

La formula “taxi del mare” l’ha inventata nell’aprile del 2017 Luigi Di Maio, leader del Movimento 5 stelle, oggi ministro del lavoro e vicepresidente del consiglio. Secondo Di Maio la presenza delle navi delle ong davanti alle coste libiche sarebbe,un incentivo a partire per chi vuole raggiungere l’Europa. Quelle navi, ha detto in un’intervista, “prendono dei migranti in mare, non li salvano mentre stanno per affogare; per me sono taxi”.

Un ricercatore dell’Istituto di studi politici italiano (Ispi) ha deciso di verificare quell’accusa esaminando i dati sull’attività delle navi e le partenze dalla Libia. La sua conclusione è che i taxi del mare non esistono. “Dal punto di vista comunicativo”, spiega il ricercatore dell’Ispi Matteo Villa, esperto di politiche europee e migrazioni, “la suggestione dei ‘taxi del mare’ è efficace nel dare l’idea che compiere soccorsi vicino alle coste libiche possa incentivare la partenza dei barconi con i migranti. Ma nella pratica è vero il contrario. I dati mostrano che tra il 2015 e oggi le attività delle ong non hanno fatto da pull factor (cioè non sono un fattore di attrazione) e non sono correlate con l’aumento dei flussi. Che le ong operassero in mare o meno i flussi non ne erano influenzati”.

D’altra parte, sostiene l’Ispi, il governo italiano sapeva che le milizie libiche avevano un controllo forte e accentrato sul traffico di esseri umani, e per questo aveva firmato il Memorandum d’intesa con Tripoli. La strategia di Roma era coinvolgere le milizie nella gestione dei flussi attraverso la mediazione del governo di Fayez al Serraj. “Un elemento interessante è che il 15 luglio, quando la milizia Dabbashi a Sabrata ha invertito il flusso migratorio, cioè ha bloccato le partenze, tutte le navi delle ong erano in mare. Quindi le partenze dalla Libia si sono fermate molto prima che le ong cominciassero a ritirarsi”, afferma Villa. “Non c’è una correlazione neanche minima tra le due cose. I dati dicono che la presenza delle ong non ha aumentato le partenze”.

Gli immigrati ci rubano il lavoro?

Uno dei miti più radicati è quello che assegna agli immigrati un ruolo di concorrenti per gli italiani sul posto di lavoro. A rispondere a questa paura ci ha pensato il Rapporto sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Moressa. Secondo lo studio del 2017, agli immigrati sono riservati solo i lavori non qualificati, in parte rifiutati dagli italiani. Nell’agricoltura, per esempio, la maggior parte dei braccianti è di origine straniera, mentre quasi il 90 per cento degli agricoltori specializzati è cittadino italiano.

Gli stranieri non riducono l’occupazione degli italiani, ma assumono progressivamente le posizioni meno qualificate abbandonate dagli italiani, soprattutto nei servizi alla persona, nell’edilizia e in agricoltura: settori in cui il lavoro è prevalentemente manuale, più pesante, con paghe basse e contratti che non offrono nessuna stabilità.

Dai dati emerge che più di un terzo degli immigrati svolge lavori non qualificati (il 36 per cento, contro il 9 per cento degli italiani), il 29,3 per cento lavora come operaio specializzato e solo il 6,7 per cento è un professionista qualificato. Tra i lavori che sono più diffusi tra gli immigrati ci sono alcune particolari categorie: il 74 per cento dei collaboratori domestici è straniero, come il 56 per cento delle badanti e il 51 per cento dei venditori ambulanti. E ancora: il 39,8 per cento dei pescatori, pastori e boscaioli è d’origine straniera, come il 30 per cento dei manovali edili e dei braccianti agricoli.

Lo studio conclude quindi che “la crescente scolarizzazione della popolazione italiana e la maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro ci hanno spinti verso professioni a più alta specializzazione. I dati Istat sul mercato del lavoro dimostrano che l’occupazione immigrata e quella autoctona in Italia sono parzialmente concorrenti e prevalentemente complementari”.