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17/12/2023 06:00:00

La mia città invisibile: Alasram o finis terrae

  Alasram o finis terrae è la mia città invisibile.

Vedo quello che non c’è, vedo quello che vorrei ma da tempo il tempo condizionale è stato bandito dal mio scilinguagnolo e quando non tutto è comprensibile, magari spostare il punto di osservazione per avere una visione diversa aiuta.


Forse per capire tocca avere una visione obliqua, un po’ come la ricerca dell’equilibrio in barca a vela.
Alasram è un luogo di scambio di memoria di parole di desideri e forse alla fine anche di quel qualcosa che vorresti che fosse, e che non è.
Si entra dal mare, sposti l’occhio oltre quegli horti conclusi che sono le saline per andare oltre a cercare un orizzonte che ti fa respirare, a prendere quell’aria che sa di salicornia e ti rendi conto che il dna si risveglia alla vista e al profumo. Ma lì mare terra isole luce sono uniche, sirene con forme diverse, tu passi e ne resterai imbrigliato che sia nato laggiù o che ci arrivi dal Lussemburgo è così non hai scampo.


Guardo quel sale e mi ritrovo a sorreggere un cavallo imbizzarrito di Mimmo Paladino per costruire la Montagna di Sale - oggi la quarta parete al Baglio di Stefano a Gibellina - e sorrido come quella città invisibile a suo modo sia entrata di diritto nel contemporaneo dell’arte con uno dei Maestri della transavanguardia con quei cristalli di una purezza assoluta.


Un pomeriggio ascoltando una musica dolcissima - metrica e dialetto - e col Poeta che in modo impercettibile alla vista dei più batteva un tempo col piede; la scansione delle parole, poi il ritmo e via via prendeva forma girava per lo spazio della sala e i maestri di musica presenti ammutoliti a quelle note inesistenti sullo spartito della fantasia. Note di vita di memoria, si bemolle sol maggiore, storie illustrate da una pausa da un rincorrere la voce, emozioni che ti rigano il viso.


Storie del mediterraneo, accanto a navi che lo hanno solcato il mare nostrum, ma sono storie di morte storie che altri non vogliono che finiscano, storie dell’altra sponda con il totalizzatore degli uccisi per difetto. Spunta Susan Sontag e il dolore degli altri, ma di quel dolore abbiamo trovato anestetico e quindi non ci facciamo più caso

I vicoli le basole di questa città invisibile ai più è così, si mostra nell’intimità di un barocco sfacciato di una fontana incastonata al centro di colonne e cornucopie, ma quasi con ostinata determinazione spinge affinché alla mediocritas trentennale non ci sia sussulto alcuno, ma nel mentre tutto si sgretola.

Ma non tutto è come sembra: è lo stupore che coglie il giornalista navigato fino all’emozione per dei legni millenari, e la riprova che per quanto altri si impegnino, lei Alasram ne esce sempre altera. Per storia, per memoria, per quell’incrocio di tutto che la rende unica e detestabile, snob e stracciona, ricca nelle pieghe miserrima nel cambiamento. Ma quel cambiamento auspicato è già nelle persone che non si rassegnano, è nelle comunità che sono le scuole le associazioni le persone con pensieri corsari che forse la salveranno da un’onda lunga di quiete mortifera.
Qualunque sia il punto da raggiungere, allungo per vedere il mare grigio nero come il cielo ma sempre diverso: ecco forse vorrei quella mutevolezza qualche metro più in là. Forse cerco quel cambiamento come tanti altri, che vediamo ad un metro da noi, per poi essere traditi da una aspettativa una speranza senza sostanza.


Ho ascoltato un coro di anime candide, rigorose rispettose delle regole - un coro è la metafora per eccellenza di una comunità, tante voci un solo suono, ed è incanto -. Utopia o distopia del vivere? Forse ne l’una ne l’altra, ma una terra di mezzo dove smontare simulacri di cambiamento per andare oltre. I desideri sono ricordi, ogni strumento intellettuale per vivere è ricordo - ce lo ricorda Pier Paolo Pasolini -, ecco facciamo tesoro di Calvino di Pasolini spogliandoci di tutto e riscrivendo storie contemporanee, continuando a respirare lo scirocco e ad incazzarci con noi stessi per aver consentito che tutto rimanesse immoto per troppo tempo.

Non siamo all’abiura di ciò che siamo stati, ma cancelliamo la retorica del fare che non ha portato a nulla o quasi. Vivere nel surrealismo è vivere in mondo parallelo, ma va bene se raccontiamo Maurilia, Zobeide, Eutropia, Ottavia.
Torniamo a vivere le infinite forme tra mare e terra, la soluzione è a portata di mano, basta avere un visus diverso e che sia meno incline a Tomasi di Lampedusa

Giuseppe Prode