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01/07/2018 06:00:00

Non è vero che c’è un’invasione di migranti in Italia

Secondo un sondaggio condotto da Demos nel novembre del 2017, l’ostilità nei confronti dei migranti in Italia alla fine dello scorso anno era in aumento: un italiano su due diceva di considerare gli immigrati un pericolo e di esserne spaventato. Non si era mai raggiunta una percentuale così alta nel paese.

Durante la campagna elettorale per le legislative all’inizio di quest’anno, il leader della Lega Matteo Salvini, oggi ministro dell’interno, aveva promesso una linea dura sull’immigrazione, usando slogan come “Aiutiamoli a casa loro” e “Prima gli italiani”, che si sono imposti nel discorso pubblico. E nei primi giorni del suo incarico di governo, Salvini ha ribadito la volontà di ridurre gli arrivi e aumentare i rimpatri.

Eppure i migranti arrivati nel 2018 sulle coste italiane sono quasi l’80 per cento in meno di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. Secondo i dati dello stesso ministero dell’interno, nei primi sei mesi del 2018 sono arrivate in Italia via mare 14.441 persone, mentre nello stesso periodo dell’anno precedente ne erano arrivate 64.033.

Il fatto è che l’ostilità verso i migranti è stata alimentata da discorsi che incitano all’odio, notizie false, luoghi comuni e stereotipi che in alcuni casi si sono trasformati in veri e propri miti. Proviamo ad analizzarne quattro con l’aiuto di dati ed esperti.

 

L’Italia è stata lasciata da sola sull’immigrazione?

Spesso si dice che l’Italia è stata lasciata da sola di fronte all’arrivo di migranti e profughi dopo il 2011, quando è ricominciata l’ondata migratoria dal Nordafrica in seguito alla cosiddetta primavera araba e agli sconvolgimenti politici che si sono prodotti nei paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente. Dopo il 2011 infatti sono saltati gli accordi che l’Unione europea aveva stipulato con molti paesi extraeuropei per chiudere le frontiere esterne e impedire alle imbarcazioni dei rifugiati di raggiungere le coste del continente. Uno di questi era il Trattato di amicizia tra Italia e Libia firmato nel 2008 dal governo di Silvio Berlusconi e dal presidente libico Muammar Gheddafi.

Nel 2015 si è parlato della “crisi dei rifugiati” soprattutto per i paesi del Nordeuropa, perché la pressione delle migliaia di persone in fuga dalla Siria in guerra ha aperto la cosiddetta rotta balcanica tra la Turchia e l’Europa settentrionale. Un tragitto che nel 2015 è stato percorso da più di un milione di profughi, non solo siriani, ma anche iracheni e afgani. La maggior parte è arrivata in Germania e nei paesi del Nordeuropa come Svezia e Norvegia.

Nel 2015, alcuni paesi come la Francia, hanno cominciato a ripristinare i controlli alle frontiere interne dell’Unione europa, con la motivazione di voler sorvegliare i confini per evitare attentati. Così i migranti e i profughi che, una volta arrivati in Italia dalla rotta del Mediterraneo, lasciavano il paese per raggiungere le loro famiglie in altri paesi europei sono rimasti bloccati alle stazioni ferroviarie italiane e alla frontiera settentrionale dell’Italia, creando situazioni di emergenza a Roma, a Milano, a Como, al Brennero, a Ventimiglia, a Udine.

Contemporaneamente, la Commissione europea ha proposto ai diversi paesi europei di ripartire i richiedenti asilo attraverso un sistema di quote stabilite sulla base del pil e della popolazione di ogni stato e ha istituito gli hotspot nei paesi di frontiera, come l’Italia e la Grecia, cioè dei centri d’identificazione dei migranti allo sbarco. L’istituzione degli hotspot ha permesso l’identificazione del 99 per cento dei migranti che sbarcano sulle coste italiane.

Prima del 2015, infatti, l’Italia non identificava molti dei migranti che arrivavano sulle sue coste e in questo modo gli permetteva di raggiungere i paesi del Nordeuropa senza rimanere incastrati nelle maglie del regolamento di Dublino. Ma dopo il 2015 il sistema italiano è saltato e le persone sono di fatto state costrette a fare domanda di asilo in Italia, o al massimo a fare richiesta di ricollocamento in altri paesi europei (possibilità concessa solo ai siriani e agli eritrei). Successivamente la Commissione europea ha proposto una bozza di riforma del regolamento di Dublino, per superare il principio che costringe i paesi di frontiera ad accogliere tutti i migranti arrivati.

Al progetto di riforma si è lavorato per due anni e dopo lunghi negoziati nel novembre del 2017 il parlamento europeo ha approvato una riforma giudicata molto positivamente dall’Italia e dai paesi del Mediterraneo, perché prevedeva quote obbligatorie per il ricollocamento dei migranti. Ma la riforma è stata bloccata dal Consiglio europeo, cioè dai capi di stato e di governo dell’Unione europea, che non hanno trovato un accordo proprio sulle quote e sul superamento del principio di primo ingresso.

Quindi da una parte è vero che negli ultimi tre anni l’Italia e la Grecia sono state lasciate da sole di fronte alla cosiddetta crisi dei migranti e dei rifugiati del 2015 (che in Italia è cominciata un anno prima, nel 2014), ma allo stesso tempo si è lavorato a un progetto che eliminasse il problema all’origine: la riforma del regolamento di Dublino. Inoltre all’interno dell’Unione europea ci sono stati atteggiamenti diversi da parte dei suoi 28 stati. La Germania, che è il paese che ha ricevuto più richieste di asilo negli ultimi anni, si è dimostrata sempre disponibile all’adozione delle quote. Sono stati in particolare i governi dell’Europa orientale, a opporsi alle quote di ripartizione e all’inserimento di principi di condivisione delle responsabilità e di solidarietà, gli stessi governi con cui il ministro dell’interno Salvini sembra essere più in sintonia.

Articolo di Annalisa Camilli per Internazionale - prima parte - qui il link dell'articolo originale