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16/02/2021 11:20:00

Di cosa parliamo quando parliamo di vita

di Katia Regina

Per parlare di inizio vita o fine vita è necessario mettersi d'accordo prima su cosa si intende per vita. La scorsa settimana ho affrontato la questione legata alle dichiarazioni del prete di Marsala a proposito dell'aborto, non entrerò nel merito delle polemiche e delle prese di posizione di alcuni esponenti politici, non serve difendere qualcuno che dovrebbe solo chiedere scusa. Proverò, anche stavolta, a riuscire a porgere la questione da un punto di vista diverso, sicuramente più problematico.

Quando una cellula diventa vita? Tutti gli ambiti dello scibile e oltre hanno provato a dare una definizione, una spiegazione, senza tuttavia pervenire a una risposta univoca. Ecco perché diventa impossibile avviare un dibattito sereno, ciascuno resterà fermo nelle proprie convinzioni. Ecco perché non si può pensare di imporre, attraverso delle leggi, di far prevalere una scelta piuttosto che un'altra.

Impossibile chiedere a un embrione/feto quando ha avvertito per la prima volta la consapevolezza di essere vivo, di esistere. Ciò che invece è possibile è chiedere a un adulto, già consapevole e cosciente, cosa intende per essere vivo, fino a che punto ritiene sia dignitoso restare in vita.

Il dilemma etico del fine vita divide quanti hanno la convinzione all'autodeterminazione della propria vita rispetto a quanti invece pensano che la vita sia un dono divino e pertanto non ne possano disporre arbitrariamente. Mi chiedo tuttavia come sia possibile accogliere la libertà di coscienza ma non quella di autodeterminazione dell’individuo:

“in che senso la libertà di coscienza sarebbe diversa dalla libertà di autodeterminazione? Che cosa se ne fa un uomo di una coscienza libera a livello teorico, se poi, a livello pratico, non può autodeterminarsi deliberando su se stesso?”
La morale nasce prima della religione, svincolata da Dio

Mi chiedo inoltre quanti, tra i credenti, avrebbero avuto il coraggio di mettere una flebo a Gesù Cristo in croce.

E se la vita fosse un concetto astratto inventato dagli uomini? C'è chi sostiene che il vero elemento comune delle cose che definiamo vive non sia dato da una loro proprietà intrinseca, ma dalla nostra percezione di esse, il nostro amore per loro e, sovente, la nostra arroganza e il nostro narcisismo.
E se la vita fosse invece, più banalmente direbbe qualcuno, ciò che hai da vivere, ciò che anche attraverso i sensi ti procura piacere, desiderio, felicità...

Come possiamo classificare una singola foglia caduta da un albero? La maggior parte delle persone concorderebbe che una foglia è viva se è collegata a un albero: le sue cellule lavorano instancabilmente per trasformare la luce solare, l'anidride carbonica e l'acqua in alimento. Ma quando si stacca da un albero, le sue cellule non cessano immediatamente le loro attività. Muore quando cade, quando tocca terra oppure quando alla fine sono morte tutte le sue singole cellule? Se si stacca una foglia da una pianta e se ne alimentano le cellule in laboratorio, si tratta di vita?

Respirare non è vivere, serve per vivere, continuare a nutrire artificialmente un malato terminale, contro la sua volontà, non solo è crudele e rasenta la tortura, ma serve solo a dargli quel tanto che basta di chimico per continuare a sentire la sofferenza fisica. Quello che, in questi casi, ci si ostina a chiamare vita è in realtà una traccia su un foglio. Di vita non c’è traccia.

La buona notizia: a Marsala è stato istituito il registro per fare il proprio testamento biologico, come è giusto che sia, si tratta di una scelta volontaria e facoltativa.

La notizia meno buona: a Marsala è stato istituito, ma la questione è ancora aperta, il registro dei bambini mai nati, che ha la pretesa incostituzionale di essere obbligatorio.

Consigli per la lettura: Un'etica senza Dio di Eugenio Lecaldano
Un film da vedere: Di chi è la mia vita