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24/03/2018 20:35:00

L’insonnia del dottor Borromeo

di Leonardo Agate -   Il dott. Borromeo, vedovo, dirigente pubblico in pensione, viveva da solo nella casa un tempo coniugale. I figli ormai grandi abitavano per i fatti loro, e si vedevano quasi giornalmente, o a casa sua, o nelle domeniche a casa della figlia o degli altri due maschi. Era andato in pensione che già l’era di Internet aveva fatto un quarto di secolo, e negli ultimi anni del suo lavoro era dovuto passare dalla macchina per scrivere elettrica Olivetti al prodotto più rivoluzionario dell’elettronica: il pc. Abituato da decenni a scrivere con le macchine tradizionali, impiegò mesi e mesi per diventare un praticone del nuovo mezzo di scrittura e di comunicazione.


Borromeo aveva fatto gli studi classici, quelli del vecchio Ginnasio - Liceo prima che la riforma degli anni ’60 stravolgesse i programmi e i percorsi scolastici, con il risultato di sfornare diplomati nella media del 99 per cento degli esaminandi agli esami di Stato. Di questo, in particolare, si doleva, quando, dovendo correggere le lettere scritte dai diplomati del suo ufficio, stentava a capirne il significato, e la punteggiatura gli sembrava come buttata tra le parole a casaccio, come il pecorino grattugiato sulla pasta con il pomodoro.
Da dirigente pubblico, fece quel che poté per insegnare almeno ai suoi dipendenti a spedire lettere comprensibili ai destinatari. Fece quel che poté, riconoscendo che il mondo non lo poteva raddrizzare, e gli bastava fare il suo dovere. Così, quella volta che il ragioniere, che gli aveva portato una bozza di lettera in visione, scritta tutta in periodi spezzettati brevi con tanti punti e a capo, cercò di spiegargli che, quando si mette il punto, se il discorso non prende una piega diversa, si deve continuare sullo stesso rigo, il ragioniere gli rispose che la sua regola era quella “del punto e a capo”. Quando era più giovane, il dott. avrebbe risposto in malo modo al dipendente, ma l’episodio avvenne che già erano gli ultimi anni di carriera, e aveva deciso di non incazzarsi più.


Andato in pensione, continuò a casa a usare un pc, per passare il tempo e per aggiornarsi sulle notizie, sugli spettacoli e sul mondo tutto. Entrò pure a far parte del gruppo immenso degli utenti di FB. E da questa ideale finestra si aprirono per lui le vie del mondo, anche di quello dove mai era stato: altri Paese e altri continenti. Non sapeva parlare inglese, capiva solo il francese, ma non sapeva scriverlo fluentemente. Con il traduttore, a volte aveva dialoghi con cinesi e americani. Senza traduttore capiva il senso delle riposte in francese, o in spagnolo portoghese, che sono per tanti aspetti simili all’italiano.


La vita di pensionato non lo faceva lamentare. Aveva dato allo Stato le sue energie migliori, e lo Stato gli dava una discreta pensione. Da questo punto di vista non aveva da lamentarsi. Anche con i figli e gli amici aveva un buon rapporto. Solo che, da quando gli era morta prematuramente la moglie, nella casa ormai abitata solo da lui e dal fedele cane, a volte girava per le stanze con un senso di solitudine, con un desiderio di sentire le vecchie voci, della moglie e dei figli, che ormai non stavano più con lui; lei era in cielo, gli altri per i fatti loro. Così, certe notti di solitaria permanenza nello studio, si rifugiava nei dialoghi con persone sconosciute, da cui era rintracciato o che lui rintracciava nella Rete.


Una notte di insonnia, che “Le lettere a Lucilio” non riuscivano a eliminare, stanco di leggere, si sedette davanti al pc, per cercare compagnia.
Poiché la terra gira intorno al sole, quando da noi è giorno in altre latitudini è notte e viceversa, o sera e mattina in modo contrario. Quella notte di sua insonnia non so se anche l’interlocutrice fosse nottambula del suo parallelo, o una persona a un tavolo dentro una casa sotto il sole. Non ha importanza saperlo, ai nostri fini.
Borromeo, più che di dialogare aveva bisogno di comprensione. Cercava nell’etere un conforto alla sua solitudine. Gli apparse, durante la ricerca , la misteriosa faccia color ebano di una donna, coperta da un velo, e sulle spalle da una tunica, di cui si indovinava la lunghezza, ma si vedeva nella videocamera solo fino al petto.


Borromeo fu particolarmente attratto dagli occhi intensi della donna, in quel viso per il resto nascosto; gli richiamava alla mente ambienti a lui sconosciuti, quasi da “Mille e una notte”. Dopo i convenevoli di rito, le domande e le risposte di cortesia, le scrisse il suo nome e le mandò una sua foto fatta istantaneamente per presentarsi. Da parte sua, la corrispondente si tolse il copricapo, e un mare di capelli neri e ricci si offerse allo sguardo ammirato del dott. “Ti piacciono i miei capelli?” gli scrisse lei, probabilmente in arabo, e lui ne lesse la traduzione in italiano. “Molto”, rispose lui, cui un certo flusso di sangue tiepido cominciava a scendergli verso il ventre. Non seppe più cosa dire, il maturo uomo, ma fu tratto d’impiccio dalla donna, che gli disse, nella traduzione italiana abborracciata: “ Se mi fai una ricarica al cell. ti faccio la danza del ventre”. Per dire la verità, il dott. Borromeo non aveva mai visto una danzatrice del ventre in presa diretta, solo scene in film o alla televisione, e sempre gli erano piaciute. Quelle anche femminili che si muovono al suono di musiche orientali, sinuose come i movimenti di serpenti incantati, stavano fin da ragazzo nei meandri del suo cervello, come immagini di un particolare Eden, per noi occidentali perduto.
Fin da quando si era sposato, non aveva più pagato prestazioni sessuali. Ora questa donna gliene proponeva una , in certo senso platonica, per certi aspetti intrigante, per venti euro.


La condizione posta dalla signora era di fare l’accredito su una carta prepagata, e poi lei avrebbe dato spettacolo. “E se poi non manterrà la promessa?” pensava dentro di sé il dottore. Alla fine realizzò che essere fregati di venti euro non era la fine del mondo. Pensò pure: “Faccio conto che me li abbia fregati il Fisco, come di solito mi frega per somme ben maggiori.” Così accreditò, senza troppe speranze, i venti euro, e attese che la signora ricevesse l’avviso. Furono pochi minuti di attesa, perché Internet è davvero una grande invenzione, e tutto corre veloce, notizie vere e false, affari puliti e sporchi.
Così , quella notte di insonnia, la lontana signora fece passare in modo piacevole il tempo al dott. che rimirò comodamente in poltrona lo spettacolo. La danza del ventre vera e propria fu il culmine e la fine del piacere, ma non il suo aspetto più intenso, che fu precedente: la preparazione della donna alla danza: lo svestirsi della signora, che aveva addosso ben sette veli. Mica come le nostre donne che in quattro e quattr’otto restano nude.
Benedetto Internet e chi l’ha inventato – pensò dopo il maturo ex funzionario pubblico - aggiungendo nel complimentarsi pure la Rete, dato che non sapeva se erano cose diverse o uguali. Nel dubbio, pensò che fosse meglio ringraziare tutti e due.