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08/12/2020 14:00:00

Liberare i pescatori di Mazara in Libia. Nel 1979 andò così

La Libia é vittima di una sorta di "congiura internazionale" mirata a dividerla, per spartirsi le sue enormi risorse d'idrocarburi. La "guerra del pesce", la questione del golfo della Sirte sono storie vecchie irrisolte. I pescatori di Mazara del Vallo le conoscono bene. Da oltre tre mesi, due pescherecci siciliani con 18 uomini a bordo sono nelle mani delle autorità di Bengasi. La situazione non si sblocca. Siamo nelle mani di chi?
Certo, oggi la Libia è allo sconquasso (per colpa di chi?), divisa e sconvolta da una guerra fratricida. Il contesto interno e euromediterraneo è mutato. A mio parere in peggio. Sia per gli interessi del popolo libico, sia per quelli italiani. La guerra alla Libia fu, certo, per spodestare il regime di Gheddafi, ma un pò anche contro l'Italia che era il suo 1° partner economico e commerciale.

A causa di tale guerra (per altro ancora in corso) il peso dell’Italia nei rapporti con la ex colonia è vicino allo zero. Lo vediamo anche in questa vicenda dei pescatori di Mazara. Non sappiamo cosa stiano facendo i “nostri” laggiù per riportarli a casa. Vediamo i risultati: zero. D’altra parte, non si può pensare di risolvere un problema così ostico senza un impegno straordinario del Governo, del Quirinale. dei parlamentari che non possono limitarsi a recriminare e/o presentare qualche interrogazione , ma dovrebbero alzare i loro “culetti d’oro” e andare in Libia, a parlare con le persone giuste a Bengasi e a Tripoli.

Ricordo che nel 1979 si verificò un sequestro simile e, nel nostro piccolo, lo affrontammo così. 
“…. Il problema era drammaticamente aperto. In Libia, oltre ai pescherecci sequestrati, restavano in carcere undici pescatori e due capitani (condannati in primo grado), mentre dieci membri dell’equi-paggio dell’ultimo peschereccio sequestrato (il “Francesco I”) erano agli arresti domiciliari nei locali attigui la sede della nostra Ambasciata di Tripoli, in attesa di processo. 

Il governo italiano, lo stesso Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, avevano svolto alcuni passi sulle massime autorità libiche per ottenere il rilascio dei natanti e il rientro a casa degli equipaggi trattenuti o in carcere. Questo tipo d’intervento, che solitamente funzionava con le autorità tunisine in cambio di una multa esosa, con i libici non diede alcun risultato. Prima di concedere un' eventuale grazia, bisognava attendere l’esito dei processi. Questa era la risposta dei libici. Come scrissero i quotidiani siciliani, l’ultima speranza per un pronto rientro era appesa al viaggio di alcuni parlamentari (Agostino Spataro e Giuseppe Pernice, ex sindaco di Mazara del Pci e Michele Achilli del Psi) in partenza, a fine agosto del 1979, per Tripoli per partecipare alle celebrazioni del X anniversario della rivoluzione. Le famiglie dei pescatori, che erano venute a protestare a Roma senza esito, rivolsero le loro speranze al nostro viaggio. I media enfatizzarono la nostra missione, per altro meramente rappresentativa, scrivendo che avendo noi “buone entrature” col regime, potevamo, in occasione di questa felice ricorrenza, convincere Gheddafi a fare un atto di clemenza.

“L’Ora” di Palermo scrisse che: “Due deputati comunisti Spataro e Pernice andranno a Tripoli anche per parlare dei pescatori siciliani che si trovano attualmente detenuti nelle carceri libiche. L’ambasciatore del paese africano a Roma ha assicurato i due deputati comunisti circa la possibilità di un incontro con i pescatori detenuti”.

Nei giorni successivi (12/9), il “Giornale di Sicilia” si mostrò più fiducioso circa l’intenzione del leader libico di “liberare i 23 pescatori mazaresi detenuti, ma considera necessario legare tale passo ad un ulteriore sviluppo dei rapporti di cooperazione e di amicizia italo-libici. Questo il succo di alcune dichiarazioni rilasciate dallo stesso Gheddafi e da altissimi esponenti libici nel corso di un ricevimento tenuto a Tripoli in occasione della celebrazione del decimo anniversario della rivoluzione, alla presenza dell’ambasciatore italiano conte Aldo Marotta e di tre esponenti politici Giuseppe Pernice ed Agostino Spataro del Pci e Michele Achilli del Psi”. 

Per i giornali (anche loro adusi ai flessibili comportamenti dei tunisini) la liberazione dei due capitani e dei 21 pescatori mazaresi era cosa fatta e imminente. Giunti a Tripoli, presto ci accorgemmo che le cose non erano così facili. I nostri interlocutori, ai diversi livelli di responsabilità, insistettero sulla necessità della conclusione dell’azione giudiziaria in corso. “Anche Pertini- sostennero- deve attendere la sentenza prima di concedere la grazia a un condannato” Rifiutarono anche la nostra richiesta di potere incontrare in carcere i due capitani e gli undici pescatori detenuti. Incontrammo i dieci pescatori più fortunati, posti agli arresti domiciliari presso l’ambasciata italiana. Fu con loro che più volte parlammo e apprendemmo delle dure condizioni di vita nelle carceri libiche.

L’argomento del rispetto dell’azione giudiziaria aveva un fondamento, ma, forse, non era insormontabile. Dai colloqui con i dirigenti libici (Shahati, Hamdi, ecc), l’’impressione che traemmo fu quella che stessero “usando” i 23 detenuti siciliani come punto di forza per esercitare pressioni sul governo italiano al fine di chiudere alcune questioni del contenzioso bilaterale. Tuttavia, il problema era stato posto, oltre che da noi, anche dai rappresentanti di altri partiti, dal governo, dal parlamento, dalla regione siciliana. I libici non avrebbero potuto far finta di nulla. Una conferma di tale, ampia convergenza si ebbe nel corso del dibattito alla Camera sulle interpellanze e interrogazioni presentate da tutti i gruppi parlamentari. Illustrai in Aula l’interpellanza del gruppo comunista (200010) a firma di Pio La Torre, Giuseppe Pernice e Agostino Spataro.

Nonostante le manifestazioni popolari a Mazara, i viaggi della speranza delle famiglie a Roma, il rilascio che pareva nell’aria stentava a…scendere in terra. I pescatori restavano in Libia, detenuti in attesa di processo. Per quanto riguarda il Pci, continuammo a sollecitare un atto di clemenza (intervennero anche Pajetta e Berlinguer) sia presso l’ambasciata libica a Roma sia presso le autorità politiche e di governo a Tripoli. Dopo qualche mese, i pescatori furono rilasciati. In carcere restarono soltanto i due capitani che verranno liberati alcune settimane dopo.
Durante questi mesi concitati, ebbi diversi incontri con l’ambasciatore Ammar el Tagazzi. In uno dei quali, tenutosi ai primi di novembre 1980, si parlò del rilascio dei due capitani e, più in generale, di nuove ipotesi di cooperazione italo libica nel campo della pesca. All’incontro fu dato un carattere di ufficialità e fu emesso un comunicato conclusivo congiunto che sarà pubblicato da vari quotidiani, tra cui “l’Ora” …”

Agostino Spataro